La cornetta del telefono a me piaceva. La mettevi giù e tutto svaniva, una specie di porta dell’orecchio, una serratura dalla quale sbirciare era difficile e quasi sempre si veniva scoperti.

Mi piace fare una cosa che non si fa, mia madre non preme mai il tastino rosso dei telefoni moderni e, abituata alla cornetta, posa l’aggeggio sul tavolo e per lei la porta è chiusa. Ma non lo è mai. Allora a volte non lo premo neanche io il tastino rosso e resto in ascolto di quello che accade laggiù, in quell’altra casa, in quell’altra città, di nascosto.

Ieri sera mia madre raccontava a mio padre che questa domenica sarei andata al mare da un’amica. Lui diceva che mi avrebbe fatto bene, ché a me la solitudine fa male e poi finisce che “dobbiamo correre noi da qua”. E mentre guidavo nel tramonto romano di fine estate, ho provato una tenerezza infinita per loro che mi amano così tanto e per me, così fragile ai loro occhi. Sorridevo.

All’una di notte le strade sono lisce e silenziose. Cammino senza fretta perché già so che a casa tanto non prenderò sonno. Mi fermo in una pasticceria siciliana e compro un po’ di dolcezza prima di andare a dormire. Su una panchina un uomo anziano, in canotta bianca e pantalone lungo di cotone, si dondola con ritmo nervoso. È solo, come me che torno a casa dopo due ore e mezzo di Shakespeare. Mi si stringe il cuore e vorrei davvero avere il coraggio di sedergli accanto e di dirgli mangiamo insieme questo panzarotto di ricotta, chi è lei, cosa fa, come è stata la sua vita fino ad ora. Ma non lo faccio. Rientro in macchina e vado via.

Allora inizio a piangere e mi ritorna in mente la telefonata dei miei e mi chiedo chi, quando loro non ci saranno e io non potrò più spiarli dal buco della serratura, sarà pronto a correre da me dovunque io sia. Chi si siederà accanto a me nelle mie notti insonni e non vedrà l’ora di abbracciarmi e di dirmi che sono mia ma anche un po’ sua e che Shakespeare aveva ragione sull’amore e io pure.

Mi dice, con il cuore in mano, che non crede che mi faccia bene. Che non ne vede il motivo e soprattutto il cambiamento.

Le ho sorriso come ho fatto con almeno altre tre persone diverse da lei, e ho preso il mio di cuore stretto tra le mani e gliel’ho mostrato per farle apprezzare la forma, i battiti irregolari, i respiri delle vene che l’attraversano e gli danno suono. Quel cuore che è mio ma anche un po’ suo.

L’ho accompagnata lungo tutto il percorso che ho fatto. Le ho spiegato che se non l’avevo guidata prima era per non darle un dolore. Che rivelarle i suoi sbagli di rotta non mi sembrava una cosa buona da fare con lei.

Mi ha ascoltato con gli occhi che si sono colmati come due laghetti brillanti. E lei odia i laghi, dice la fanno sentire triste.

Un po’ anche a me, ma non li odio per questo.

Mi ha ascoltata fino alla fine, e ad ogni suo “ma” io sorridevo e le spiegavo una cosa nuova.

Sono anni che lo faccio, penso ma non le dico.

Che ne dici, le chiedo, mi è servito?

La fiducia è una rete di schegge di vetro lavorate dal tempo. Il risultato di qualcosa che è andato per il verso giusto. Un lavorio di dedizione e amorevole cura. Di fiato caldo sugli angoli taglienti ad arrotondarli. Di cucitura meticolosa dei tagli. Di sangue asciugato a forza di labbra. Di desiderio e di voglia. Di scelta.

Nella testa la fiducia si espande e copre il resto. Lo cura e lo rafforza. Lo rende chiaro. Bello.

La mancanza di fiducia è una caduta profondissima giù nello stomaco. Una musica martellante nella testa. Rumore. Bruttura.

Metto in fila quello che ho vissuto per poterlo giustiziare e seppellirlo finalmente lontano dal mio cuore. Ma lo spazio dei passi che separa me dal mio passato di fiducia ingannata, è troppo stretto e io riesco a guardarlo in faccia e a sentirne ancora paura.

E come un animale che fiuta l’aria e la tempesta per potersi mettere in salvo, mi ritrovo ad odorare a vuoto alla ricerca di un nome per quello che sento. Digrigno i denti, rizzo il pelo, affilo le unghie sulla schiena di chi mi sta accanto.

Vorrei un cacciatore capace di legarmi per i polsi ai suoi polsi, di dirmi di stare calma, di smettere di agitare il corpo e i pensieri, ché qualunque tempesta arriverà, lui avrà sempre un posto dove riparare noi stessi.

E che quel posto al sicuro, dal mondo e dagli altri, siamo noi due insieme.

Allacciate le dita al cuore, dimentico come si fa. A scrivere quello che sento e a custodire un posto per me lontano da chi mi vede ogni giorno e sa di me. Dimentico quel cassetto in cui riporre le mie paure e le mie tristezze facendo finta che non ci sia più, dicendo a me stessa che non riesco più ad aprirlo, quando so che se solo lo sfioro mi sento come colpevole e non è giusto.

Sento che devo allontanarmi. Sento che devo piegare la testa in un senso diverso, creare un angolo non ancora provato e provare a slacciarmi le scarpe e smettere di correre dietro un obiettivo mobile che si avvicina e si allontana seguendo ritmi che non ho ancora imparato. Cambiare il mio andare. Attivarmi nella salita. Scoprire l’effetto che fa. Su di me. Sugli altri.

Stupirmi se sarà necessario.

Ridere se sarò fortunata.

Ho promesso a me stessa di non essere recidiva. Ho promesso alle mie ferite che non si sarebbero riaperte e che le avrei protette. Ho seminato fiori blu lungo tutte le cicatrici del mio passato.

Li ho guardati fiorire con tenerezza e senso del cambiamento.

Come un’epifania buona anche se dura.

Adesso mi restano due possibilità: imparare a non farmi male o andare via.

Che io adesso abbia voglia di restare conta fino alle mie prossime lacrime e allo stomaco grigio e stretto.

Ricordarmi ogni giorno, ogni ora, ogni momento che non ne vale la pena se penare fa.

“Sulla strada verso casa tua c’è un enorme cartellone pubblicitario che annuncia: “È tempo di vacanza”. Ormai tutti i colori sono sbiaditi e io lo leggo nel sole di mezzogiorno. Fa un caldo che mi si appiccica alla schiena e sento il cuore che batte storto. Sono due giorni che fa così e ho un po’ paura. E lo so che più ho paura più lui cambia ritmo, e io non so più qual è il limite sottile tra il mio corpo reale e il mio corpo immaginato.”

Ho scritto queste parole di getto, in un pomeriggio di solitudine e poi le ho lasciate marinare all’ombra della mia stanza, in una grande tinozza di lacrime, incomprensione, desiderio e senso di impotenza. Mi sono immaginata talmente piccola da non arrivarci nemmeno, al bordo della tinozza, e mi sono lasciata cadere per terra perché avevo solo voglia di essere rialzata e abbracciata con forza.

Più ci parliamo e più non ci capiamo, come un lunghissimo telefono senza fili che ci rimanda sillabe biascicate di malumori, delusioni, io senza tu, tu senza io.

Finisco per odiarle davvero le parole e, testardamente muta come lo sono stata fino ai due anni e mezzo in un mondo di prodigiosi bambini parlanti, io vorrei solo poterti guardare e farti vedere che sono sempre la stessa che ha respirato piano e poi veloce, quando tu l’hai presa per gli occhi e l’hai fatta ballare lungo tutto un cammino disegnato per noi.

Ho l’oceano davanti agli occhi e un orizzonte viola e nero da respirare. C’è una nave che taglia verso il largo e arriva lì, a tracciare una scia scura nei miei ricordi.
Ci sono lettere, scritte anni fa, in cui desidero quello che sto vivendo adesso. Ci sono conversazioni e sogni che parlano di questa costa verde, lenzuola sfatte, soffitti bianchi e lacrime amare. Solitudini.
La luce muore in un punto imprecisato dietro la torre.
I gabbiani cantano forte l’arrivo della notte.
L’attimo in cui la realtà viva e il desiderio profondo si toccano, io ho come una vertigine. Fortissima.
Arrivi da dietro, ti fermi accanto, mi guardi e mi chiedi se ho voglia di costruire qualcosa insieme a te. Ho le lacrime agli occhi ma sto sorridendo perché non lo sai, ma i sogni quando li costruisci e acquistano una forma così bella, sono come quando fuori piove con il sole.
Come quando mangi queso de cabra, cebolla caramelada y chocolate e il mondo ti sembra un posto migliore.

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Mi metti accanto alla tua famiglia e a tua figlia. E a me tuona nel petto una riconoscenza che è sorriso sulle labbra bagnato dalle lacrime.
Mi verrebbe da stringerti forte, un’ultima volta, e ripeterti ti voglio bene mille volte, tanto da creare un solco nei tuoi ricordi e sperare di riuscire a vincere il tempo e le volte.
Perché poi, vedi, la vita è questo ammasso di dolcezza e dolore, di esperienze che ci fanno grandi e ci piegano. La gobba che ci spunta sulla schiena è la collina dei nostri “ho imparato che” e io vorrei davvero che fosse piena di fiori, ma le stagioni ci insegnano che non è mica possibile.
Allora ho imparato che bisogna scegliere e rinunciare a qualcosa.
C’è chi pensa di poter rinunciare alla propria città, alla colazione, a internet, al mare, ad avere figli, al vivere con chi si ama, alla carne, a scopare, al balsamo per i capelli e al deodorante.
Io penso di poter rinunciare a te, e te lo dico dolcemente tanto mi suona tremendo.
Avrei potuto dire al deodorante e barare, ma a quello ho rinunciato anni fa.
E non mi va di barare, lo sai.
E, con amore, mi dici va bene e immaginiamo un futuro in cui, se va bene, ci ritroveremo a giocare a scopone scientifico e se va male, ci saremo dimenticati.
Tu ricorda che hai un disco mio.
Io ricordo che ho un disco tuo.
Ricordiamoci di premere play tutte le volte che penseremo di non essere forti abbastanza.

Il mare a ferragosto è spesso agitato. Forse lo sa che la notte prima nessuno ha dormito, allora chissà, tra sé e sé si dirà che per una volta può fare come cazzo gli pare senza recriminazioni di sorta.
Mia madre a ferragosto cucina sempre qualcosa che non farebbe mai un qualunque altro giorno dell’anno.
Sul fuoco le cipolle si sciolgono lentamente, sono tantissime e profumate, e la carne si scioglie con loro. Uno sposalizio, direbbe qualcuno.
Ma non so chi sia quel qualcuno.
Sono tornata a casa in tempo per mangiare la genovese, per sciacquare i costumi nell’acqua dolce, per dimenticarmi tutte le mutande a trecentocinquanta chilometri di distanza, per guardare il cielo dalla finestra della mia camera, attraverso le persiane oblique e per pensare che un po’ sono contenta di essere qui e un po’ no.
Però l’ho scelto.
E allora ricordo a me stessa quanto sia importante non lasciarmi vivere dalle cose ma viverle. E sceglierle. Anche a costo di incazzarmi e assai, anche se ho la testa dura e la batto contro un’altra che forse è più cotta al sole del sud della mia, ed è di sicuro più scura e bagnata dal mare.
Gli isolani non sono semplici, mi dice qualcuno.
Ma forse qualcuno non ha capito che io sono nata in questa parte del mondo apposta, mica per caso.
E quel qualcuno io lo so chi è.

Il telefono è un filo che ci collega attraverso un tempo che non riconosco più. Ieri oggi e domani si mescolano come carte di un mazzo per un gioco di cui non conosco le regole. Mi sorprendi rubandone una che nascondi tra l’orecchio e i tuoi capelli.

Ci siamo amati in un tempo che non esiste più, in uno spazio fatto di linee telefoniche e letti sfatti ma bellissimi, perché coperti dei sogni nostri. Ci siamo voluti in un angolo feroce e strettissimo che ci piegava le teste e ci faceva aprire gli occhi per guardarci meglio. Ci siamo straziati di lontananza e incomprensioni, di caldo d’estate e di sorrisi stanchi. Ci siamo trafitti di parole non dette, emozioni soffocate, dialoghi muti e instabili. Ci siamo odiati. Io ti ho odiato da dentro, dallo stomaco e dalle dita delle mani che ti avrebbero strappato tutto ciò che ti avevo donato. Ho masticato vetro e qualcuno mi ha aiutato a ingoiare.

Non tu.

Sono risalita lungo la strada ampissima delle mie aspettative, ho passato una cera liscissima per poterci scivolare bene, battere la testa e dimenticarle in fretta. Capire quanto male potessero farmi. Ad ogni caduta una nuova consapevolezza.

Ho imparato a memoria tutti i tuoi difetti, le tue impotenze. Ho accettato l’amore smisurato che hai per te e la tua poca scolarizzazione in fatto di sentimenti a lungo termine.

Ho riconosciuto le mie insufficienze amorose, la mia immaturità di cuore, la mia scarsa attitudine alla responsabilità verso me stessa, al troppo bisogno di conferme che non servono. Ho riconosciuto tutte le mie dipendenze e assuefazioni. Ho imparato a metterle in fila e a dar loro un nome.

Ho conosciuto l’amicizia distante e vera, il potere degli abbracci stretti da lontano, la forza che viene da dentro, quando scavi bene. Quando scavi affondo e ti si aprono le punta delle dita e la terra entra sotto le unghie e tutto è sporco e tutto può essere lavato via.

Mi dici, arrivi tu e pulisci tutto.

E il nodo che ho stretto tempo fa, spinge per sciogliersi in acqua dagli occhi, ma sono stata brava ad annodarmi con cura i pensieri. A creare uno spazio nuovo dove ri-posarti e farti ri-crescere.

Siamo sempre io e te ma siamo diversi.

Siamo sempre io e te ma ci siamo cambiati la pelle a forza di sbagli e di tagli.

Ci siamo conosciuti davvero e ora sappiamo a distanza quando uno pensa all’altro e quando no.

Ci siamo conosciuti davvero per capire che quello che abbiamo adesso è così bello e fragile nel suo essere pietra preziosa, che non può essere diverso da così com’è.

Non ora.

Non qui.

Ho tesori da custodire e fiori gialli da innaffiare ogni notte.

Sto diventando grande e ho imparato la parola ‘cura’.

Anche per colpa tua.

Anche grazie a te.

Io

tutto 

proteggerò

.

 

La casa è vuota, le mie ascelle odorano del tuo odore e mi sento bene. Il cielo ha deciso che il sole oggi non è indispensabile, ho sonno e mi sento bene. Ho in mente mille canzoni, ho voglia di baciarti mille volte, e mi sento bene. Non so scrivere di te, so solo sentirti forte e mi sento bene. Ho imparato nuove sfumature di giallo, so cos’è un colore complementare e mi sento bene.

Il giallo ha come suo complementare il viola. Tu sei giallo e io sono viola. I colori complementari esaltano e rafforzano la loro luminosità quando sono messi uno accanto all’altro.

Quando ti sono accanto, io sento la pelle brillare. Resto me stessa, non potrei cambiare colore, ma mi illumino in mezzo a tutte le pieghe scure che mi porto appresso.

E solo questo riesco a dire.

E voglio non riuscire a dire nient’altro, perché se riuscissi a dirlo, non sarebbe più.

Invece tu sei.

E non lo so cosa sei.

Ma sei.

Giallo.

Tu.

Non c’è nulla che incrini più il cuore del vedere il tuo sangue piangere per la paura di colpe che non sono sue. E non c’è nulla che faccia più paura del carico della paura sua sulla schiena tua.

Madre mia io ti ho dentro.

Profonda.

Ma ho paura.

E ne hai anche tu e io non so cosa fare.

E un bambino fermo su una strada a scorrimento veloce non l’attraversa da solo. E non lo fa se prima la madre non gli abbia detto, passa. E io sono qui, ferma sul ciglio, senza sapere se attraversarla o no; se dire a te, passa oppure resta lì, che arrivo io.

Figlia o madre.

Non lo so.

Come quando hai voglia di qualcosa ma non sai di cosa.

Come quando you’re so tired and you can’t sleep.

Come quando hai fame ma niente sembra fatto apposta per il tuo stomaco.

Come quando hai voglia di vedere un film ma dopo un quarto d’ora inizi a chiederti perché lo stai guardando.

Come quando di notte vai in bagno e il corridoio profuma della tua adolescenza, e vorresti capire com’è possibile che quell’odore buono abbia attraversato il tempo e lo spazio per arrivare ad avvolgere il tuo sonno insonne.

Quando accadono un po’ tutte queste cose insieme, puoi solo rimettermi a letto e aspettare che passino.

O che ti attraversino per bene senza fermarsi troppo.

Il tuo corpo come una stazione di campagna.

Il mare in lontananza.

Una casa cantoniera dai mattoni rossi, silenziosa nella calura delle tre di notte o del pomeriggio.

Ieri era “il treno è in arrivo a Nientemiturba”.

Oggi è “il treno è in arrivo a Lasciatiturbare”.

Domani chissà dove arriverà.

Tu, aspetta[-ti].

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Lei ha incrociato le dita e ha detto speriamo che il Signore mi faccia la grazia, e io ho immediatamente avvertito lo stridere acuto del sacro e del profano. Che non sono praticante, io, ma lei sì, e incrociare le dita per pregare il Signore è come leggere i tarocchi e dire di volerci leggere la volontà di Dio.

I miei occhi hanno registrato quel gesto e stanotte mi è tornato in mente quando lui ha allungato la mano e ha preso il mio orecchino tra le dita. Quando poi le ha lasciate scivolare aprendo il palmo caldo sul mio collo già al coperto.

Mi si sono bloccati pensieri e sbadigli. E non lo so se perché lì, proprio lì, è dolce il toccarmi. O perché lì, proprio lì, è violenta la possibilità di stretta.

Devo aver cambiato occhi perché mi ha guardato stupito e ho tagliato il silenzio dicendogli, ciao. E la testa ancorava a vuoto, perché ho sentito del morbido e lui mi ha chiesto, ma tu? e io ho risposto veloce, io no!

E sono tornata a casa con l’odore che era il suo ma anche quello di un altro e i desideri che erano suoi ma anche quelli di un altro.

Manca un mese alla fine della scuola e ho alcuni progetti a breve termine:


– ritrovare l’agenda gialla.
– capire chi sta drogando l’aria che respiro. sto bene. non capisco.
– convincermi che la burocrazia fa parte del mio lavoro. non posso scegliere, devo accettarla e iniziare a compilare tutti i documenti che potrebbero farmi impazzire tra 29 giorni.
– comprare una cartina decente della Spagna. una che possa aprire sul tavolo della mia cucina e seguirne le strade con il dito.
– pensare alla Spagna verde in termini di realtà, non di possibilità. sono due anni e non voglio che diventino tre. o peggio ancora, un avrei voluto.
– dare dolori piccoli agli altri in cambio del mio stare bene. mostrar loro quanto bene sto e sperare che almeno questo li ricompensi della pena forse sentita.
– ascoltare più musica.
– ritornare al cinema ancora e ancora.
– leggere tutti i libri che ho comprato a marzo.
– finire Le città invisibili e riconsegnarle al legittimo proprietario. io non rubo libri.
– andare a riprendermi un paio di libri da un paio di persone. io rivoglio ciò che è mio.
– respirare la primavera fino all’osso.
– raccogliere fiori di campo.
– cospargermi di crema più spesso.
– diventare più rossa.
– dormire con le persiane alzate. è arrivato quel momento dell’anno che adoro. voglio svegliarmi con la sua luce.
– andare a vedere quelle tre mostre. o, considerando l’ “a breve termine”, almeno una.
– interrogarmi e darmi risposte. non accettare i “non lo so”.
– dedicare tempo e parole ogni volta che ne senta il bisogno, senza timore. senza vergogna.
– trovare il coraggio di fare quella telefonata.
– farmi sentire di più da chi penso spesso. farmi di carne per loro.
– imparare per bene il copione. mancano 22 giorni. o smettere di pensare che non l’ho ancora imparato. perché forse l’ho imparato e non lo so nemmeno io.
– abbracciarmi e baciarmi.
– dedicarmi.
-comprare un naso rosso entro domenica mattina.
– sfondare quelle scarpe.

Le gocce sul finestrino, i fiori viola e rossi oltre il guard-rail, l’aria pigra della domenica pomeriggio e due ore da viaggiare ridendo fuori e chiudendosi un po’ dentro, come un fiore.

Ho pensato alle attese.

A come mi piacerebbe riuscire a viverle sempre come sto facendo in questi giorni. Sentirne l’aroma di biscotto, la carezza che trattiene l’attrito, lo spazio come una fisarmonica nella testa.

Guardo il telefono e sorrido pensando al buon sapore che hanno le tue parole fragranti di malinconia in una giornata di maggio piovosa come ce ne sono state e ce ne saranno ancora.

Guardo il telefono e ho voglia di risponderti, la sento nello stomaco e nelle mani questa voglia, ma non l’ho ancora fatto perché assaporo l’attesa. La succhio.

Il sole tramonta e il cielo è bellissimo questa sera.

Si acquerella di viola.

Il sole tramonta e tu sei lontanissimo da me.

Ma non importa.

Ci sono io qui con me.

Non ho voglia di lasciarlo andare via.

Non ho voglia di dirgli di no, di sottrarmelo, di spostarmelo dal collo.

Di capirlo.

Perché? Che senso ha in questo presente.

Mi si è steso dentro e mi ha occupato gli spazi.

Mi è salito addosso e mi ha stropicciato gli angoli della bocca.

Se ne vanno all’insù adesso. Sono strani, non è vero?

Non ho voglia di scuotere la testa e districarmi i capelli con un pettine a denti stretti.

Non ho voglia di piangerlo e di macerarlo nello stomaco vuoto.

Perderci tempo.

Non ho voglia di renderlo ossessione e ricamarci intorno un merletto complicato di dolore.

Lo sento ed è bellissimo.

Non lo so che cosa sia.

Lo sento ed è diverso.

Amore, tenerezza, gioia, malinconia, desiderio, amicizia, passione, pudore, violenza, sorriso, sacra perversione, balsamo profumato, gemito intorno all’orecchio tuo. Lungo il tratto disegnato di carne che conosco così bene.

Che vorrò toccare ancora.

Lo sento.

E voglio che resti lì.

Oltretempo.

Voglio un velo trasparente di saliva dolce. Miele caldo.

Lo sento e mi riempie.

Lo sento ed è perfetto.

Come la luce sui palazzi, il tramonto sulle chiome degli alberi, l’erba umida, il filtro del cespuglio dove ci siamo voluti e intrappolati a forza.

Lo sento.

Ed è per te.

Oltre il tempo nostro che già è stato e quello che domani mai sarà.

Il giardino è un fazzoletto piegato tra i palazzi.

È scuro e profuma di gelsomini. Entriamo e io li cerco con gli occhi.

Sono tutt’intorno.

È scuro e il vento penetra la stoffa e gela la pelle.

I brividi si accartocciano lungo il profilo delle braccia e del cerchio disegnato a terra col gesso.

La mani sono fredde e vive.

Abbiamo il corpo in tensione e ci guardiamo comunicando con gli occhi.

Bianco.

Il vento d’aprile è bianco.

I piedi scavano radici sul terreno e chiudiamo gli occhi.

Alberi.

Noi siamo alberi.

Chiusi dentro noi stessi e aperti agli sguardi degli altri.

Avrei voluto vedere.

Avrei voluto sapere.

Sento un dolore fortissimo e un buco allo stomaco.

Mi si spezzano i tendini.

E poi fioriscono.

Fiorire per resistere.

Le labbra si staccano e mi manca il fiato.

Ansimo.

Ne sento l’emozione.

Radicarsi dentro e seguire la luce per arrivare dovunque.

Il faro si spegne.

La gente esce.

Io resto.

In me.

Piazza del Villaggio B.

Panchine basse con doghe schiodate; fortuna che ho il sedere abbastanza grande da non caderci in mezzo. Ghiaia bianca e sottile, di quella che se inciampi e le ginocchia toccano il terreno, le pietruzze si infilano ovunque tra il sangue e la carne. Mozziconi rinsecchiti di minuti altrui.

Un’altalena vista sole.

– Mamma, mi spingi un po’? Dai!

– No.

– Solo un po’.

– No.

Mi viene voglia di avvicinarmi e dirgli, non preoccuparti, ti insegno io come si va da solo. Oscillazioni di gambe e busto. Corpo ondoso al vento. L’ho imparato quando avevo più o meno la tua età. Andavo forte e alto. Le catene si piegavano secche e io rimbalzavo sul sedile di legno grezzo e scuro. Più facevano rumore, più mi piaceva. Non ho mai imparato a lanciarmi, però. Avevo troppa paura, paura di cadere e farmi male. Allora frenavo, piedi impuntati nella terra.

Credo che ci sono cose che andrebbero imparate presto. Come a cadere, per esempio.

– Scusa, mi daresti una sigaretta, il tabacchi è chiuso.

– No, mi spiace. Io non fumo.

Mi guarda interdetto. L’apparenza inganna, ma io non ho mentito. Non lo faccio quasi mai.

– Scusa, ma tu ci sai andare in altalena?

  Tu, sai cadere?

 

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Guarda.

Oggi c’è stato questo sole bello e

finalmente sono sbocciate le fresie.

Le ho viste all’angolo,

fresche di luce.

Profumavano di un pensiero morbido

di te.

E tu lo sai cosa vuol dire questo?

Vuol dire che io tra trenta pagine sarò lì da te. 

 

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Camarón.

La sua voce e la musica nell’aria. Il sole e il profumo di vernice fresca, gialla, verde, azzurra, arancione. Un maglione leggero viola e il mal di gola rosso che probabilmente arriverà domani.

Andare a scuola di sabato ha un sapore d’adolescenza. Raschiare le gomme attaccate sotto ai banchi da giorni, settimane, mesi, anni, decenni ha il sapore di un passato che è un po’ anche il mio. Non qui in questa città, ma pur sempre passato.

Ricordo l’oggi dell’anno scorso molto bene. Il cielo era simile, i vestiti forse proprio gli stessi, la voglia di darsi da fare, la scuola aperta di sabato e un telefono nuovo. E il desiderio di scrivere a qualcuno impegnato con qualcun altro. Intuirlo, senza però saperlo.

Oggi quella voglia non c’è, ma c’è la certezza che quel qualcuno è impegnato con qualcun altro.

Allora, come si fa in quelle occasioni in cui si sa che il decesso è vicino, la mia testa inizia a scrivere un coccodrillo emozionale.

Io mi odio quando faccio così:

 

“Lo sapevo che sarebbe successo. Leggere te attraverso le parole altrui.

E lo sapevo che la tua pelle non era la mia pelle, e che certi tuoi angoli non erano i miei angoli.

Eppure, quando mi fermo a pensare al tempo che è stato, al marzo dell’anno scorso e a questo, tutto sembra così slegato che non lo so più chi erano quei due che si scrivevano con il desiderio tra le dita e le bocche in attesa del tempo.

Nei pomeriggi di sorrisi e carezze lunghissime, in mezzo alla pioggia di giorni sporchi di polvere e pagine scritte a inchiostro e sanguigna.

Dimmi, ma tu li vedi ancora quei due ancorati ai loro letti?

Forse ce li siamo soltanto sognati e mai sono stati.

E però sembravano belli.

Lo sembravano davvero.”

c’è qualcosa di incredibilmente profumato tra le ciocche sciolte dei capelli sul collo.

c’è una luce viola che mi accompagna quando torno a casa, dopo una giornata di lavoro e di piedi sciolti.

c’è un sapore di vino nello spazio tra l’unghia e la pelle. resta lì, per ricordare momenti. qualche parola. immagini sfrante.

c’è un dolore che mi prende alle tempie e mi porta dritto a letto. che mi ci lascerei cullare a lungo, se solo potessi sentirla la mano che mi accarezza piano.

e invece niente.

che la solitudine che provo nel vuoto della mia fronte nuda su cui nessuno posa un bacio,

stasera mi taglia la gola e finisco così per chiamarti

ma senza dirti niente.

Il sole ancora freddo di marzo accende il verde sui fianchi del Circo Massimo.

Ero diretta altrove ma la tentazione è forte e decido di fermarmi e di stendermi lì, tra il cielo, la terra e l’erba rada.

Ogni giorno mi innamoro sempre più delle nuvole.

Roma mi ricorda di vivere in ogni passo che muovo, e di non avere paura quando sbaglio strada.

Ne approfitto per ridere da sola, come una bambina intenta a disegnare sulla suola delle sue scarpe un gioco bellissimo e segreto, e imbocco curve e strettoie mai calpestate prima.

Ringrazio di potermi sempre perdere così, che altrimenti non arriverei mai dove voglio.

Scopro alberi, profumi di primavera, foglie in rigoglioso aumento, canzoni dimenticate che l’mp3 tira fuori a casaccio.

Parcheggio e passo veloce accanto alla Bocca della verità, troppo gremita di turisti fotografi di serie, e in un attimo sono su quel tappeto desiderato. Mi stendo e dico grazie.

Accanto a me ci sono coppie che non guardano il cielo ma si guardano negli occhi, ed è bello.

Mi fanno sempre venire voglia di cuore gli innamorati che si guardano, quella voglia che poi io ho imparato a tenere chiusa in un barattolo dai fori stretti.

Ce ne hai messo di tempo a darti, mi hai detto di notte. E ce ne hai messo di tempo a non darti più, potresti aggiungere senza sbagliare.

Il sole tramonta e inizio a vagabondare leggera.

Entro in chiese solitarie nel loro credo, annuso angoli di pietra pesante di tempo, scambio messaggi, raccolgo immagini, immagino giorni, gioco con le parole in testa.

La notte è vicina e si traveste da libreria illuminata. Ricomincio a vagare in uno spazio diverso e bello uguale.

Leggo pagine, cerco nella memoria, giro corridoi e mi trovo la Poesia di fronte ai miei occhi.

Resto ferma e allungo una mano. Sfido il caso.

E tu mi appari. Tra versi che avevi ricordato a memoria per me.

Lì, in quel momento diverso da quello successivo.

Basta un attimo y todo cambiai dice Sosa.

Le labbra si addolciscono e lo sento anche in bocca quel sapore di buono.

E lo sento forte che mi hai fatto un regalo.

Grande.

Comprerò poesia tutta la vita.

Leggerò poesia tutta la vita.

Non me ne dimenticherò più.

Lo giuro.

 

roma

 

 

Il sangue segna il tempo che passa. Come le lancette strette di un orologio.
Il sangue scorre lungo le gambe e se ne fotte della decenza.
Lui purifica e gli orologi avvelenano. Per questo li indosso solo nove mesi l’anno.
Mi dicevi sempre di non dormire con l’orologio al polso. Roba di sostanze che non conosco.
Io ridevo e lo toglievo per non graffiarti involontaria.
Che la volontà mia, poi, è sempre un’altra cosa

Regali belli in ordine sparso:

Un albero scagliato contro un cielo blu e le nuvole bianche.

Roma che mi sveglia col sole, dopo due giorni di pioggia.

Caravaggio.

Le prime 46 pagine del tuo libro.

Una teiera.

Il sorriso.

Caramelle di zucchero alla frutta.

Festeggiamenti da venerdì a lunedì.

Tabucchi.

Cibo per gli occhi e per la bocca.

Raggi di sole sul Tevere.

Chianti.

Porco rosso [finalmente].

Colazioni in compagnia.

Cortázar.

Lacrime calde sui ricordi di una notte gemella e lontana.

Parole inaspettate.

Qualche abbraccio.

Andrea Pazienza.

Tú que vuelves [y  no, no eres lo más cruel].

Generosa offerta di un cunnilingus esagerato. [Ma io non credo nelle esagerazioni.]

I miei alunni che promettono di fare i bravi. [Ahh, le promesse…]

Telepatia che non vorrei. [Ma sempre c’è.]

Mia madre che scrive su Skype e mi manda le faccine. [E pure i cuori.]

Una carta regalo per comprare libri nuovi.

Sogni nuovi.

Carezze. Date con le mie mani a me stessa.

Dirti “è diverso. Noi non potevamo durare”; e sentirlo di netto il taglio di carne tra lo stomaco e il diaframma.

E scoprirlo così, ferma nella macchina arrugginita e stanca, che la solitudine condivide con l’amore lo stesso posto nel corpo e nelle braccia.

El Rastro.

Improvvisa vibra nell’aria, tra le stoffe colorate, il miele biologico e le borse di pezza. Alzo la testa e resto in ascolto chiudendo gli occhi.

Tu, lo sento, mi stai a guardare e io non riesco più ad aprirli e a guardare te.

Giro la testa e le palpebre si staccano a forza. Mi avvicino piano e dico veloce, Lo tomo, ¿cuánto es?

Tu continui a seguirmi da lontano e i tuoi occhi lo dicono che sei felice e che fa un caldo impossibile ma questa città è stupenda e lo sono anche io. Che mi immagini innamorata e dolce.

E infatti lo sono, innamorata e dolce e profumo di terra.

Mi batto testarda il segreto sul petto e lo nascondo sfrontatadentro la borsa.

Quella musica, quella musica mi si piazza dentro e non riesco a dirtelo.

Que estoy como entre dos aguas y que querría caer de un lado, pero solo puedo de otro.

Y que el otro eres tú.

El agua que ya yo no quiero beber.

Ringrazia che ce li ho ancora, mi hai detto.

E io ho sorriso con gli occhi e con la bocca, in silenzio, perché l’avevo pensato anche io.

E però, a me piaceva lo stesso poggiarti l’indice e il medio sulla fessura delle labbra e strofinartele appena, aspettando la schiusa.

Che si schiudevano loro e mi schiudevo anche io. Tra le dita arcuate e le cosce liquide.

E c’era in me (non saprei se anche in te) un tempo sospeso, lungo e poi breve, quanto tutti i minuti di pace e perdono che lasciavo cadere dalla tua bocca morbida alla pelle sensibile della mia mano dura.

Quel dolore io ormai lo conosco. La schiena tira e i reni chiedono. Mi è mancato il respiro, ho aperto il finestrino e ho respirato hondo.  Profumo di fiori lungo la strada di traffico lento e pensieri veloci.

Forse è primavera.

E ti ho sentita, ho sentito che urlavi ti prego dal tuo letto bianco. Che urlavi ho paura e ho paura anche io.

Il tuo corpo pieno di chiazze rosse, mi hanno detto, e i tuoi occhi stanchi, me li ricordo io.

Vomiti bile.

E dicono che ci somigliamo nei difetti e nella forma della testa. Le tue mani però hanno dita sottili e le mie no.  

Ho gli occhi che non vedono le curve e devo fare presto.

Ma non verrò da te, che sei lontana e io sono qui, incastrata in questa città in cui non ho ancora imparato a vivere. Che è grande ma mi sta stretta, e non ho pace da stringere tra le mani di nessuno.

Ho in mente il mare.

E un lenzuolo rosso e bianco steso in un colpo solo, al sole delle tre del pomeriggio. Meriggiare di sale.

E i capelli asciugati al vento, perché l’asciugacapelli non ce l’abbiamo.

E la tua paura quando facevamo tardi e le tue cinque dita sulla mia faccia.

Testarda e fragile.

Come te.

Come il sangue che passa sempre qualcosa. E i miei valori sballati e il corpo che si protegge da se stesso e il non capire cosa cavolo succede qua dentro. Né dentro di te.

Febbraio e poi Marzo.

Portano via sempre qualcuno.

E il mio compleanno è vicino e sarà nero, di trucco sciolto e di mani vuote.

Che i numeri perfetti non lo sono alla fine,

e portano male.

Tu non chiuderli gli occhi.

Guarda il mare.

 

Perché poi gli slanci d’istinto e di fica, e pure quelli di cuore hanno bisogno di sincronia.

Nel senso che, metti che stai fermo ad un semaforo di notte. Stai tornando a casa con un raffreddore della madonna e all’improvviso accanto al rosso, metti a fuoco il nome della strada. Ci siete tu, il semaforo rosso e quella strada. E quella strada potrebbe portarti dritto lì.

Come il campanello di Pavlov, lui suona e tu inizi a desiderare. In realtà, guardiamoci in faccia, lo desideravi già, ma quando ti mettono davanti un dolce e stai a dieta, la tentazione non è più forte? Anzi, facciamo che non lo vedi neanche il dolce, ma sai che è lì, dietro quella porta. Lo immagini e ha un sapore buonissimo solo a immaginarlo. Lo senti già in bocca.

Ecco, ammettiamo che scatti il verde e che tu invece di andare dritto, girassi a destra e andassi lì, seguendo un istinto, un umore liquido o un’emozione. Cosa potrebbe accadere? Essenzialmente due cose: 1) ciò che desideri ti desidera e quindi lo sai, come andrebbe a finire 2) ciò che desideri non ti desidera e quindi lo sai, come andrebbe a finire.

Se tu di notte suonassi alla mia porta e io ti desiderassi, per me sarebbe un miracolo. Come vedere la Madonna. E ti adorerei e faremmo l’amore per ore, non ci sarebbe bisogno di molto altro. Ti darei solo il tempo e il fiato per pregarci meglio.

Se tu di notte suonassi alla mia porta e io non ti desiderassi, per me sarebbe molestia. Anche in spagnolo molestar vuol dire dare fastidio, fare male. Ecco, tu saresti il fastidio e il male per me.

Ho capito. Quindi tiro dritto e non mi faccio altre domande.

[Però certe notti

sarebbe bello venirci a salvare

per fare l’amore.]

Ci sono momenti in cui penso forte che inizierei a fumare.

Quando il Tevere riempie le scale, e il sole batte in un certo modo, e nelle orecchie suona una certa musica.

E le labbra, la gola e i polmoni te lo chiedono, di essere riempiti.

Tiempo de palabras

Ellos dicen

keepmehere su ¿Ser o no ser?
Silver Silvan su ¿Ser o no ser?
Silver Silvan su ¿Ser o no ser?
fracatz su ¿Ser o no ser?
SYD su ¿Ser o no ser?
Silver Silvan su ap-Pena
Silver Silvan su ap-Pena
Silver Silvan su ap-Pena
SYD su Por fin
elcisnero su Por fin
Silver Silvan su Por fin
Silver Silvan su En buena fe
elcisnero su En buena fe
Silver Silvan su En buena fe
Silver Silvan su En buena fe