La cornetta del telefono a me piaceva. La mettevi giù e tutto svaniva, una specie di porta dell’orecchio, una serratura dalla quale sbirciare era difficile e quasi sempre si veniva scoperti.

Mi piace fare una cosa che non si fa, mia madre non preme mai il tastino rosso dei telefoni moderni e, abituata alla cornetta, posa l’aggeggio sul tavolo e per lei la porta è chiusa. Ma non lo è mai. Allora a volte non lo premo neanche io il tastino rosso e resto in ascolto di quello che accade laggiù, in quell’altra casa, in quell’altra città, di nascosto.

Ieri sera mia madre raccontava a mio padre che questa domenica sarei andata al mare da un’amica. Lui diceva che mi avrebbe fatto bene, ché a me la solitudine fa male e poi finisce che “dobbiamo correre noi da qua”. E mentre guidavo nel tramonto romano di fine estate, ho provato una tenerezza infinita per loro che mi amano così tanto e per me, così fragile ai loro occhi. Sorridevo.

All’una di notte le strade sono lisce e silenziose. Cammino senza fretta perché già so che a casa tanto non prenderò sonno. Mi fermo in una pasticceria siciliana e compro un po’ di dolcezza prima di andare a dormire. Su una panchina un uomo anziano, in canotta bianca e pantalone lungo di cotone, si dondola con ritmo nervoso. È solo, come me che torno a casa dopo due ore e mezzo di Shakespeare. Mi si stringe il cuore e vorrei davvero avere il coraggio di sedergli accanto e di dirgli mangiamo insieme questo panzarotto di ricotta, chi è lei, cosa fa, come è stata la sua vita fino ad ora. Ma non lo faccio. Rientro in macchina e vado via.

Allora inizio a piangere e mi ritorna in mente la telefonata dei miei e mi chiedo chi, quando loro non ci saranno e io non potrò più spiarli dal buco della serratura, sarà pronto a correre da me dovunque io sia. Chi si siederà accanto a me nelle mie notti insonni e non vedrà l’ora di abbracciarmi e di dirmi che sono mia ma anche un po’ sua e che Shakespeare aveva ragione sull’amore e io pure.

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